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Claudio Ranieri tra Leicester, Roma e Nazionale: “La sconfitta ha cominciato a divorarmi”

Ranieri si racconta al Messaggero: dal miracolo Leicester alla Roma, il no alla Nazionale e il peso delle sconfitte. Parole sincere.

Ci sono allenatori che amano costruirsi un personaggio. E poi c’è Claudio Ranieri, che nell’intervista rilasciata al Messaggero non fa sconti nemmeno a sé stesso. Racconta, spiega, ricorda. Senza enfasi. Senza bisogno di scolpire frasi per i post motivazionali. E forse è proprio questo che colpisce di più.
Claudio Ranieri tra Leicester, Roma e Nazionale: “La sconfitta ha cominciato a divorarmi” – calciomercatotv.it

Testaccio è ancora lì, ma non è più lo stesso. «Non c’è più la macelleria dei miei genitori», dice. E basta quella frase per capire che certe radici non sono folklore, sono identità. «Abitavamo sulla piazza del mercato, c’era un pullulare di gente». È un’immagine semplice, ma restituisce un’idea precisa di chi sia rimasto Ranieri, anche dopo tutto.

Perché sì, il miracolo del Leicester c’è stato. Ma lui lo racconta con una normalità disarmante. «Mi sono trovato al posto giusto nell’anno giusto». Fine. Niente autocelebrazione. Eppure quella squadra, considerata “yo-yo” per i continui saliscendi tra Premier e Championship (e adesso a rischio League One) era partita con l’obiettivo salvezza. Il presidente aveva chiesto quello. Non il titolo. Non la gloria eterna.

Il miracolo Leicester e il peso delle sconfitte

Il passaggio decisivo lo descrive quasi sorridendo. Tre partite prima della sosta: Manchester fuori, Liverpool in casa, Arsenal fuori. Vardy che chiede una settimana di vacanza in cambio di nove punti. «Se le vincete tutte e tre, vi do una settimana». Due vittorie, poi la sconfitta all’Emirates al 95’, in dieci uomini. «Per me era come una vittoria». E la settimana la concesse lo stesso. È in quel dettaglio che si intravede la gestione di un gruppo che stava andando oltre sé stesso.

Quando Mahrez gli chiese: «Mister, sul serio, dove pensa che potremmo arrivare?», Ranieri sorrise. «Lei lo sa», insistette l’algerino. «Aveva ragione», ammette oggi. «Sapevo che avremmo fatto un grande campionato. Però, onestamente, vincere la Premier non mi è mai passato per la testa». E forse è proprio questa inconsapevolezza a rendere quel trionfo ancora più irripetibile.

Nel racconto emergono anche intuizioni che hanno segnato carriere altrui. John Terry lanciato al Chelsea tra scetticismi generali. Lampard lasciato libero “da metà campo in su”. Zola preferito a un numero 10 qualsiasi nell’era post-Maradona a Napoli, per evitare che qualcuno venisse schiacciato dall’eredità di Diego. «Non mi sono inventato niente, li ho solo capiti». È una frase che vale più di tante teorie tattiche.

Sulle scintille con Mourinho non c’è rancore: «C’è stata una dialettica vivace. Ma poi siamo diventati amici». E quando arrivò all’Inter, fu proprio Mourinho a chiamarlo per primo. Segno che nel calcio, al di là delle polemiche, le persone contano.

Più delicato il passaggio sulla Nazionale. «Quale allenatore non vorrebbe allenare la Nazionale del proprio Paese?». Eppure ha detto no. Per conflitto d’interessi, per onestà intellettuale, per evitare sospetti in un Paese che vive di sospetti. «Mi è sembrata la scelta più onesta». Parole che pesano, soprattutto in un sistema spesso incline al compromesso.

Sul calcio italiano individua due problemi: meno risorse rispetto alla Premier e la solita guerra ideologica tra “giochisti” e pragmatici. «Gli altri, quando devono difendere, non si fanno problemi a giocare all’italiana». Una frase che fotografa bene il paradosso di casa nostra.

Ma il passaggio più sincero arriva sul finale. «Con la panchina ho chiuso, troppo faticoso». Non è la stanchezza fisica. È altro. «Negli ultimi anni mi sono accorto che la sconfitta mi divorava. Il piacere della vittoria dura poco. La sconfitta, invece, ho cominciato a portarmela dentro». Non era sempre stato così. «Sarà l’età». Forse è semplicemente lucidità.

Chiuderà alla Roma? «Penso che finirà così, poi mai dire mai». Roma è la mamma, Cagliari la moglie. E in mezzo una carriera che non ha bisogno di aggettivi. Perché a volte la grandezza sta proprio nel rifiuto di raccontarsi come grande.

R.D.V.

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