Una notte amara può accendere una luce lunga un anno. Da Monaco a Milano, l’Inter ha rimesso insieme pezzi, orgoglio e dettagli. E alla fine lo scudetto non è caduto dal cielo: si è posato dove i numeri lo spingevano, con ostinazione.
Dopo il 31 maggio 2025, quel Psg-Inter 5-0 che sembrava chiudere un’epoca, molti hanno pensato a un ridimensionamento. Simone Inzaghi ha salutato, i dirigenti hanno avviato un cantiere silenzioso. Niente proclami, solo scelte. E una scommessa: Cristian Chivu.
All’inizio non è stato semplice. Due ko nelle prime tre giornate, San Siro agitato, i dubbi che rispuntano. Poi la curva si raddrizza: Chivu non stravolge, cuce. Tira un filo dal passato recente e lo tende con mano ferma.
L’Inter ha tenuto l’architettura: 3-5-2, catena di sinistra come patrimonio, automatismi che non si buttano. Chivu ha aggiunto verticalità, tempi più rapidi tra difesa e attacco, e si è fidato dell’“usato sicuro”. Il mancato arrivo di un esterno di dribbling ha evitato forzature tattiche. Il dato che racconta l’identità: primato nelle sequenze oltre i dieci passaggi. Il pallone scivola, le distanze restano corte, la squadra respira.
In fascia, l’intesa tra Alessandro Bastoni e Federico Dimarco è tornata una certezza. E il lavoro di gruppo ha assorbito scossoni e infortuni. Anche a livello umano: Chivu ha parlato chiaro, a volte duro, quasi sempre giusto.
Sul mercato, il taglio è stato pratico. Rotazioni vere, non di facciata. Pio Esposito e Ange-Yoan Bonny hanno portato chilometri e coraggio: 11 gol in due e un pressing che alza l’argine. Rispetto all’anno prima, quando le seconde linee d’attacco avevano inciso poco, il cambio si è visto. Dietro, l’innesto di Manuel Akanji ha alzato personalità e pulizia di costruzione: tra i difensori, è quello con più passaggi “positivi” registrati in stagione. Anche l’uscita prematura dalla Champions ha alleggerito il calendario: meno tossine, più gamba.
Qui la bilancia smette di oscillare. L’Inter chiude con il miglior attacco (81 gol) e il maggior numero di clean sheet (16). Prima per tiri in porta, tocchi in area, gol da fuori e da fermo, persino di testa. Su 38 tappe non ci sono trucchi: resiste chi produce.
I volti? Federico Dimarco è smisurato: record di assist in Serie A (17) e 6 gol. Nessun difensore aveva mai superato quota 20 partecipazioni. Capitolo capitano: Lautaro Martínez chiude capocannoniere (16) e tiene insieme la manovra. Senza di lui, calano punti e reti: un’equazione semplice, brutale. Hakan Calhanoglu naviga da comandante: miglior media-gol tra i centrocampisti (uno ogni 183’), con il sigillo più bello a Roma.
Piotr Zielinski cresce nelle pieghe che contano: da 2 a 6 gol, compreso quello al 90’ con la Juventus che sposta uno scudetto. Nicolò Barella attraversa un deserto, ma non molla un contrasto. E Alessandro Bastoni resta faro di costruzione, pure in mezzo alle tempeste.
Un neo c’è: negli scontri diretti il bottino è magro (un successo rocambolesco con la Juve e un pari col Napoli, poi dolori). Non basta però a incrinare il quadro. Chivu, intanto, entra nel club degli esordienti campioni: quinto nella storia nerazzurra a riuscirci, e con la miglior percentuale di vittorie (74%) davanti a nomi pesanti.
Alla fine, l’Inter non ha “vinto” il campionato in un giorno. L’ha limato. Un contropiede alla volta, un passaggio in più invece di uno in meno.
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