Mourinho sul caso Prestianni-Vinicius: “Presunzione di innocenza, ma se è colpevole con me ha chiuso”

Mourinho interviene sul caso Prestianni-Vinicius: presunzione di innocenza, critica alla UEFA e un avvertimento netto al suo giocatore.

Ci sono episodi che durano novanta minuti e altri che, invece, si allungano ben oltre il fischio finale. Il caso Prestianni-Vinicius appartiene alla seconda categoria. Non si è chiuso al minuto 51 di Benfica-Real Madrid, non si è esaurito con le proteste in campo, e non si è spento neppure con la decisione della UEFA. Anzi, è diventato un tema che oggi coinvolge direttamente José Mourinho, chiamato a prendere posizione pubblicamente.

Mourinho in conferenza stampa sul caso Prestianni
Mourinho sul caso Prestianni-Vinicius: “Presunzione di innocenza, ma se è colpevole con me ha chiuso” – calciomercatotv.it

Tutto nasce durante l’andata dei playoff di Champions League. Prestianni si copre la bocca con la maglia e rivolge parole a Vinicius. L’attaccante del Real Madrid corre dall’arbitro e segnala di aver ricevuto insulti razzisti. Da lì in avanti la dinamica è chiara: accusa, smentita, tensione. Il giocatore del Benfica nega qualsiasi riferimento di natura razzista, ma la UEFA decide comunque di squalificarlo per la gara di ritorno. Il Benfica protesta, la polemica si accende.

La posizione di Mourinho: tra diritto e responsabilità

Alla vigilia della sfida di campionato contro il Gil Vicente, Mourinho non si è nascosto. E lo ha fatto con parole che non cercano scorciatoie. “Non voglio indossare né la maglia bianca del Real Madrid né quella rossa del Benfica. Non sono un avvocato, ma non sono nemmeno ignorante. Io metto la presunzione di innocenza e metto sempre un ‘se’. La presunzione di innocenza è un diritto umano o no?”

Il punto è tutto lì. Mourinho non entra nel merito tecnico della decisione, ma sottolinea un principio. La presunzione di innocenza, prima di ogni sentenza definitiva. E aggiunge un passaggio che suona anche come critica alla gestione disciplinare: “Purtroppo la UEFA, per tenere il giocatore lontano dai campi, ha preferito prendere in considerazione l’articolo 416328 per squalificarlo, e ha optato per non entrare nel ‘e se’…”.

Non è una difesa cieca. Non è nemmeno una presa di distanza. È una posizione sospesa tra prudenza e fermezza, tra diritto e responsabilità. Mourinho chiede che si tenga conto dei “se”, delle verifiche, delle prove. Ma non lascia zone grigie sul piano etico.

L’avvertimento di Mou a Prestianni: nessuna ambiguità

Perché poi arriva la parte più netta, quella che pesa di più. “Se verrà dimostrato che il mio giocatore non ha rispettato questi principi, che sono miei e del Benfica, la sua carriera con me e con il Benfica è finita. Se è davvero colpevole, non lo guarderò mai più allo stesso modo, e con me ha chiuso. Bisogna però considerare i ‘se’…”.

Qui non c’è retorica. C’è una linea chiara. Presunzione di innocenza, sì. Ma tolleranza zero nel caso in cui le accuse trovassero conferma. È una doppia clausola morale: prima si accerta, poi si giudica. Però, se si giudica, non si torna indietro.

Il caso resta aperto, anche sul piano mediatico. Il tema degli insulti razzisti nel calcio europeo è troppo delicato per essere liquidato in fretta. Ogni episodio si inserisce in un contesto più ampio, fatto di precedenti, sensibilità e responsabilità istituzionali. In questo scenario, la scelta della UEFA di intervenire immediatamente ha inevitabilmente acceso un dibattito sulla tempistica e sui criteri applicati.

Mourinho, dal canto suo, ha scelto una strada che lo rappresenta: non si schiera per appartenenza, non attacca frontalmente, ma rivendica un principio e, allo stesso tempo, alza l’asticella interna. Difende il diritto alla presunzione di innocenza, ma difende anche l’identità del club. E mette il suo giocatore davanti a un bivio chiaro.

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