Una frase, detta in tv con l’aria di chi la sa lunga, può sembrare brillante e invece svela un riflesso condizionato. Quando Ibrahimovic ha definito Koeman un “allenatore all’italiana”, più che un giudizio tecnico è apparso un vecchio specchio: quello in cui il calcio si guarda e non si riconosce più.
Succede spesso in diretta. L’ex attaccante, ora opinionista per Fox, punge il selezionatore degli Oranje e tira fuori l’etichetta che tutti capiamo al volo. “All’italiana” suona come una cartolina: pochi rischi, molta prudenza, tanto mestiere. Eppure, appena il riflesso passa, resta il dubbio: ma è davvero questo il film che stiamo guardando?
Lontano dai toni da salotto, i numeri raccontano altro. Ronald Koeman è figlio della scuola olandese, ha segnato a Wembley la finale di Coppa dei Campioni del 1992 con il Barcellona di Johan Cruyff. In panchina ha vinto tre Eredivisie (due con l’Ajax, una con il PSV), ha portato i Paesi Bassi alla finale della Nations League 2019, ha alzato una Copa del Rey con il Barça. Le sue squadre, nel tempo, hanno alternato 4-3-3 e 3-5-2, cercando palleggio e ampiezza più che trincea e rinvii. È “all’italiana” questo? O è semplicemente pragmatico come tanti tecnici moderni?
La verità, forse meno scintillante ma più utile, è che l’etichetta “catenaccio” è una scorciatoia. Anche perché l’Italia, oggi, non è più quella del lucchetto e via. L’Atalanta di Gasperini ha chiuso stagioni con il miglior attacco del campionato; l’Italia di Mancini ha vinto un Europeo pressando alto e palleggiando; i club italiani che vincono in Europa cambiano pelle a seconda dell’avversario. “All’italiana” non vuol dire quello che voleva dire vent’anni fa. E “alla olandese” nemmeno.
Capita allora che un giudizio rapido, pur spettacolare, diventi un boomerang. Se guardiamo alle partite, vediamo che l’Olanda di Euro 2024 ha provato a costruire dal basso anche senza De Jong, ha dato centralità a Reijnders tra le linee, ha chiesto ai terzini di alzarsi in pressione. In alcune gare ha aspettato, è vero. Ma chi non lo fa, nel calcio d’élite di oggi, per gestire transizioni e stanchezza? Chiamarlo “all’italiana” confonde la mappa: sembra un difetto di coraggio, quando è spesso una scelta di contesto.
Mi viene in mente il Southampton di Koeman: compatto, verticale quando serviva, capace di chiudere al 7° e al 6° posto in Premier. Non un bunker, piuttosto una squadra educata a sfruttare gli spazi. E il suo Barcellona? Ha alternato moduli, ha protetto i giovani, ha trovato un trofeo in una stagione complicata. Difendere meglio non significa rinunciare a giocare. Significa leggere la partita.
Se dobbiamo salvare il termine, direi: cura del dettaglio difensivo, gestione dei momenti, gusto per la strategia. Ma queste sono qualità che un tecnico cosmopolita come Koeman ha incontrato e assorbito in carriera. Chiamarlo “italiano” nel senso di reattivo e chiuso è un’immagine sbiadita. E dire che il calcio contemporaneo ci offre strumenti più fini: dati su pressioni, altezze medie, recuperi offensivi. Su queste metriche, le squadre di Koeman non vivono sotto la linea della paura.
Alla fine, il punto non è sgridare Ibrahimovic. È smettere di ragionare per slogan. Davanti a una panchina che cambia modulo e registro in base agli interpreti, ha ancora senso aggrapparsi alle etichette di ieri? Forse conviene fare un passo in campo, sentire l’odore dell’erba, e decidersi a chiamare le cose con il loro nome: idee, scelte, rischi. Il resto è rumore di fondo. E tu, la prossima volta che senti “all’italiana”, che partita vedi davvero?
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