Capello Rivendica il Pallone d’Oro alla Memoria per Baresi: Unico e Ineguagliabile, la Juve lo Desiderava

La voce di un ex allenatore che conosceva il campo come una mappa e le persone come un libro aperto. Un leader silenzioso al centro, un’idea che spacca: come si celebra chi ha cambiato il gioco senza clamore?

Capello Rivendica il Pallone d’Oro alla Memoria per Baresi: Unico e Ineguagliabile, la Juve lo Desiderava

Fabio Capello torna su un nome che in Italia non ha bisogno di presentazioni: Franco Baresi. Lo ha allenato dal 1991 al 1996. Lo racconta con parole semplici: “un esempio nei comportamenti”. E poi quelle doti che ancora dividono chi guarda il calcio con il cronometro e chi lo guarda con il cuore: velocità, visione, intuizione, intelligenza tattica. Per Capello, “è stato il migliore”. Punto.

C’era un tunnel, a San Siro, dove i passi facevano eco. Lì Baresi non alzava mai la voce. Guardava i compagni, sistemava due dettagli, prendeva tutto sulle spalle. Un capitano come non se ne vedono quasi più. Meno selfie, più sguardo dritto. Capello chiosa: oggi Baresi “non starebbe molto sui social”. E in effetti non ne avrebbe bisogno.

Quando i difensori contavano meno dei numeri

Nel calcio premiato dai gol, il Pallone d’Oro ha storicamente ignorato chi difende. Pochissime eccezioni: Beckenbauer, Sammer, Cannavaro. Baresi ci è andato vicino: secondo nel 1989, alle spalle di Van Basten. Intanto, con il Milan, ha vissuto l’età dell’oro: sei Scudetti, tre Champions League (1989, 1990, 1994), oltre settecento presenze ufficiali, la maglia numero 6 ritirata. In Nazionale, rientrò in finale a USA ’94 dopo un’operazione al menisco e fu tra i migliori in campo. Non sono ricordi da bar, sono fatti.

Ed è qui che Capello alza l’asticella. Chiede un riconoscimento speciale, quasi provocatorio: un “Pallone d’Oro alla memoria” per Baresi. Non esiste un premio ufficiale con questa formula. È una forzatura volontaria, un gesto simbolico. Serve a dire: abbiamo dimenticato qualcuno. Serve a sanare una sproporzione storica tra chi segna e chi regge l’urto.

L’idea divide. Qualcuno obietta: i trofei si assegnano a tempo debito. Ma c’è una contro-domanda che brucia: se il calcio è equilibrio, perché la sua grammatica dei premi ignora chi l’equilibrio lo crea?

Quel corteggiamento bianconero mai consumato

C’è poi un retroscena che riaccende la rivalità più antica. La Juventus lo voleva. Non ci sono documenti ufficiali pubblici che raccontino trattative avanzate, ma i racconti dell’epoca parlano di apprezzamenti forti e di sondaggi concreti. Normale, del resto: un difensore così cambia un ciclo. Baresi, però, restò dov’era. Bandiera rossonera, fedeltà piena. In quegli anni Novanta, quando Milan e Juve si spartivano lo scudetto, l’idea di vederlo in bianconero pareva quasi fantascienza. Eppure il desiderio c’è stato, eccome.

Qui entra in gioco la misura di un campione. Non l’esultanza, non la posa. L’opera. Baresi comandava la linea, toglieva un tempo di gioco, vedeva un corridoio prima degli altri. Sembra poco, è tutto. È quel mestiere invisibile che fa sembrare facile ciò che facile non è.

Capello, dal canto suo, non chiede un favore. Chiede memoria. Un segno, anche tardivo, che dica: abbiamo capito. E allora la domanda passa a noi, spettatori di un calcio che vive di clip virali e highlights. Cos’è che resta davvero quando lo schermo si spegne? Forse l’impronta di chi, in silenzio, ha cambiato la traiettoria di una partita intera. E ci sono impronte, come quella di Franco Baresi, che anche la pioggia non cancella.